Ci sono parole che entrano con tale forza nel lessico anche non specialistico e vengono usate con tale frequenza da provocare dibattiti accesi e lacerazioni profonde prima ancora di essere propriamente comprese o, quanto meno, chiarificate. E' certamente questo il caso del termine globalizzazione. Forgiato per la prima volta nel 1983 dall'economista americano Theodore Levitt, e reso popolare alcuni anni dopo, nel 1988, dallo studioso e consulente aziendale giapponese Kinichi Ohmae con i suoi lavori sulle strategie planetarie delle imprese multinazionali, il termine globalizzazione ha conosciuto, nel breve volgere di un paio d'anni, una progressione ossessiva, oltrepassando i confini del discorso economico per entrare nei domini di studio della sociologia, dell'antropologia, della politica, della filosofia, delle discipline tecnico-scientifiche. Tanto che l'edizione del 1991 dell' Oxford Dictionary of New Words considerava "globale" come parola nuova ad alto potenziale di utilizzo. (Per la precisione, il dizionario oxoniense sostiene che l'uso del termine globale discende dalla nozione di "villaggio globale" elaborata da Marshall McLuhan nel suo celebre Explorations in comunication del 1960).Si è dunque certamente nel vero se si dice che quello della globalizzazione è tipico fenomeno complesso, nell'accezione letterale ("cum-plexus") di "ciò che è tenuto insieme" e cioè di qualcosa che implica, ad un tempo, distinzione e tensione delle parti in gioco, aspetti convergenti e aspetti contradditori. Alla luce di ciò, non devono allora meravigliare la pluralità delle interpretazioni e delle vie di risposta ai rischi associati alla globalizzazione che è dato riscontrare nella letteratura di quest'ultima decina d'anni. I libri segnalati in questa rubrica -che non esauriscono di certo l'intero stock a disposizione- ne sono eloquente testimonianza.
Il criterio adottato per la rassegna dei volumi qui in esame -che sono solamente quelli disponibili in lingua italiana- si appoggia su una triplice griglia classificatoria, cui corrispondono le tre sezioni seguenti. La prima pone a confronto, da un lato, quegli autori che non vedono nulla di radicalmente nuovo nella globalizzazione, trattandosi di logica estensione di quei processi economici e sociali già avviati con la prima rivoluzione industriale, e dall'altro, quegli studiosi che invece ritengono di scorgere nella globalizzazione i segni di un autentico mutamento di paradigma.
Il secondo criterio di classificazione distingue tra i cantori della globalizzazione, per i quali essa costituirebbe, se non la panacea, la via d'uscita ai problemi economici dell'umanità (primo fra tutti, quello della povertà e della fame), e gli scettici, di varia gradazione, che vedono nel progetto di deregolare ulteriormente l'economia mondiale "una utopia che non potrà mai essere realizzata... ed il cui perseguimento ha finora realizzato disgregazione sociale e instabilità economica e politica su larga scala" -per usare la icastica affermazione di John Gray della London School of Economics nel suo False Dawn del 1998. Infine, differenzieremo i contributi, di cui diamo qui conto, sulla base dei modi di risposta alla sfide che la globalizzazione sta ponendo alle nostre società.
Già da questi cenni si può intuire come la globalizzazione divida studiosi e decisori politici tanto quanto li unisce. Nelle pagine che seguono si cercherà di comprendere perché. Intanto, mi preme precisare l'intento che le anima, che è duplice. Da un lato, quello di portare argomenti a favore della tesi secondo cui la globalizzazione, in quanto processo che contempla una molteplicità di aspetti diversi, non può essere indagata da una sola angolatura, fosse pure quella economico-finanziaria. E' dunque illusorio pretendere di catturare la realtà profonda, non quella di superficie, della globalizzazione restando all'interno di un particolare ambito di studio, sia pure raffinandone al massimo le tecniche e gli strumenti di analisi. Possiamo bensì desiderare di tracciare dei confini tra discipline, ma rischiamo comunque di trovarci con una linea divisoria arbitraria, proprio come ci ricorda Michel Foucault, nel suo L'archeologia del sapere, a proposito delle aporie cui si va incontro quando si cercano delle discontinuità nella ricerca storica. L'altro intento è quello di offrire ulteriori elementi di conferma alla presa d'atto che se è vero che ogni ricerca implica responsabilità e rischi, nelle scienze sociali questi sono, in primo luogo, morali e politici. Da sempre – si sa – la scienza guida l'azione: gli assetti economici e politici delle nostre società si basano anche su teorie scientifiche, come già ricordava J.M. Keynes. Se le cose stanno – come a me pare – in questi termini, è pericolosamente riduttivo nascondersi dietro la tesi della avalutatività, quella tesi che da Cartesio in poi ha obbligato lo scienziato, per potersi dichiarare tale, a tenere disgiunti valori e conoscenza, analisi normativa e analisi positiva. Se c'è un esempio in cui questa "grande divisione", come la chiamava D. Hume, è massimamente insostenibile è proprio quello della globalizzazione. Ce lo rammenta, con il suo stile inconfondibile, Hans Jonas nel suo ultimo libro, Tecnica, medicina e etica: "Con quello che facciamo qui, ora, con lo sguardo rivolto a noi stessi, influenziamo in modo massiccio la vita di milioni di uomini di altri luoghi che nella questione non hanno avuto alcuna voce in capitolo... Il punto saliente è rappresentato dal fatto che l'irrompere di dimensioni lontane, globali nelle nostre decisioni quotidiane, costituisce un novum etico di cui la tecnica ci ha fatto carico; e la categoria etica che viene chiamata principalmente in causa da questo nuovo dato di fatto si chiama responsabilità".
1.1 Novità emergente o ultimo stadio dello sviluppo delle economie di mercato di tipo capitalistico? Intorno a tale interrogativo, solo in apparenza di carattere retorico -perché, come si vedrà, gravido di conseguenze pratiche- gli autori dei volumi qui in esame si collocano chi sull'uno chi sull'altro dei due corni dell'alternativa posta. Hirst e Trompson sono critici convinti dell'idea di globalizzazione come qualcosa di veramente nuovo. Per dare sostegno alla loro posizione, gli Autori costruiscono due idealtipi in senso weberiano, quello dell'economia internazionale e quello dell'economia globale. Il primo sarebbe caratterizzato bensì da un aumento dell'interdipendenza economica tra paesi e dall'intensificazione degli scambi di beni e servizi, ma il ruolo di attori principali del gioco economico continuerebbe ad essere svolto dagli stessi stati-nazione. Ciò in quanto gli scambi commerciali, restando specializzati per aree nazionali, lascerebbe immutata la divisione internazionale del lavoro. D'altro canto, anche l'espansione stessa delle imprese multinazionali non affievolirebbe il ruolo di guida svolto dai governi nazionali perché queste manterrebbero pur sempre "un cuore e una testa" nazionali. Lo scenario di una economia autenticamente globale è all'opposto. Lo spazio economico -ivi compreso il mercato che più di ogni altro presenta elementi intrinseci di fissità, cioè il mercato del lavoro- è planetario. Ne consegue che anziché divisione si avrebbe "diffusione del lavoro", perché gli stessi beni possono essere prodotti e commerciati -almeno tendenzialmente- in ogni angolo della terra. Le imprese multinazionali cederebbero il passo a quelle transnazionali e le classi sociali andrebbero a scomparire, dissolte in un non chiaramente definito "individualismo atomistico".
Così equipaggiati, Hirst e Trompson si rivolgono all'evidenza empirica, svolgendo un'indagine accurata e di notevole interesse storico-economico, per concludere come non si possa ragionevolmente affermare che si è oggi di fronte ad un processo di vera e propria globalizzazione. Non solamente il grado di internazionalizzazione raggiunto durante l'età d'oro dell'economia internazionale -gli anni 1870-1914- fu superiore a quello attuale. Come documentano G. Lafay nel suo agile volume e D. Verdier (Democracy and international trade, Princeton, Princeton University Press, 1994), nel periodo pre-1914, l'impero inglese, da solo, aveva un'esposizione finanziaria e una presenza economica sui mercati internazionali relativamente più cospicue di quelle occidentali attuali. D'altro canto, le porte del Giappone sono oggi più chiuse di quanto non fossero ottant'anni fa. Quel che più rileva -secondo gli autori- è che le imprese transnazionali, così come definite dall'idealtipo, sono alquanto rare, mentre i cosiddetti mercati globali non sono affatto fuori di ogni potere di regolazione e di controllo da parte dei governi nazionali.
Sorge spontanea la domanda: a cosa serve discettare sulla novità o meno del fenomeno chiamato globalizzazione? La risposta di Hirst e Thompson è chiara e netta. "La versione dura della tesi della globalizzazione impone una nuova visione dell'economia internazionale che sussuma e subordini i processi a livello nazionale, mentre le tendenze all'internazionalizzazione possono rientrare in una visione mutata del sistema economico mondiale che continui ad attribuire un ruolo di primo piano a politiche e attori a livello nazionale" (p.5). Come si comprende, la preoccupazione (condivisibile) degli autori è che se si sottoscrive la tesi della globalizzazione si finisca con il paralizzare le strategie nazionali di riforma perché giudicate incapaci di sopravvivere al giudizio e soprattutto alla sanzione dei mercati. E' questa una conclusione che chi scrive trova francamente difficile da seguire. Perché mai riconoscere apertamente, senza paraocchi, le res novae della globalizzazione dovrebbe impedire di ammettere la necessità e l'urgenza di appropriati interventi di regolazione a livello sia nazionale sia internazionale? Anzi, si potrebbe argomentare che senza la presa d'atto della novità emergente della globalizzazione e -come vedremo- degli effetti indesiderati ad essa associati vano risulterebbe ogni tentativo di imprimere un corso alternativo alle forze spontanee e anonime del mercato. A ben vedere, è forse questo il punto d'arrivo del discorso degli stessi autori quando, verso la fine del libro, scrivono: "Questa discussione indica che, mentre la classica gestione dell'economia a livello nazionale ha ormai una portata limitata e i meccanismi multilaterali di governo dell'economia internazionale del periodo 1945-1973 sono ormai per lo più obsoleti, stanno facendo la loro comparsa alcune opportunità di gestione che vanno analizzate e spiegate". (p.263)
Su una posizione per tanti versi simile a quella or ora esaminata si collocano gli autori che hanno contribuito al volume collettaneo di Mander e Goldsmith. Nel saggio iniziale di S. Latouche, che condensa il punto di vista dei vari contributori e nel quale sono esposte le tesi che l'economista francese svilupperà più ampiamente nel libro Il mondo ridotto a merce (Roma, Ed. Lavoro, 1999), troviamo esplicitato l'argomento di fondo. Cioè, che la globalizzazione altro non sarebbe, in realtà, che il quarto stadio di una lunga storia mondiale -il primo stadio principierebbe addirittura con la scoperta dell'America. Suoi caratteri salienti andrebbero ricercati in quattro fenomeni specifici: il crollo della pianificazione nei paesi del centro-est europeo; la transnazionalizzazione delle imprese; l'affievolimento delle capacità di controllo e di intervento dello Stato-nazione; il dominio della finanza sull'economia reale -un dominio favorito dagli stessi governi nazionali che, per far fronte ai crescenti deficit di bilancio, si sono lanciati in operazioni di titolarizzazione del debito pubblico.
Se questi quattro fenomeni costituiscono altrettante condizioni necessarie per il dispiegarsi della globalizzazione, essi non sono però ancora sufficienti per la sua piena realizzazione. Quel che in più si richiede è l'affermazione, fino al raggiungimento di una certa soglia critica, della cultura "dell'economicizzazione del mondo", come la chiama Latouche: la trasformazione, cioè, di tutte le dimensioni della vita, ivi compresa quella politica, alla sola dimensione economica, intesa come "onnicommercializzazione". Troverebbe qui il suo fondamento primo la cultura del pensiero unico, così tanto celebrata da Alain Minc, autoproclamatosi "arciversovo del pensiero unico": il pensiero di un mondo unificato, di un'umanità senz'altra prospettiva che l'apoteosi del mercato. Sarebbe dunque la mercantilizzazione del mondo, più che la globalizzazione di per sé, ad esautorare -secondo Latouche- lo stato-nazione, a svuotare la politica della sua tensione verso il bene comune; a costituire una minaccia ricorrente agli equilibri ecologici; a corrompere, fino a snaturarla, l'etica. Il risultato del nuovo spirito del tempo, annota il nostro, è che addirittuta intellettuali impegnati come Mario Vargas Llosa arrivino a scrivere: "Resistere alla globalizzazione significa condannare una società ad arretrare verso una sorta di preistoria"; ed ancora: "La generale internazionalizzazione della vita è, forse, quanto di meglio è accaduto al mondo fino ad oggi". (Les enjeux de la libertè, Paris, Gallimard, 1997, p.290 e p.71). Una posizione questa che riecheggia la dichiarazione di Fidel Castro al Forum dell'Organizzazione Mondiale del Commercio del maggio 1998 e pure riportata da Latouche: "Gridare abbasso la globalizzazione equivale a gridare abbasso la legge di gravità". (Le Monde, 17/5/1998). Sulla medesima lunghezza d'onda, M. Yunus -il fondatore e animatore della Grameen Bank: "Gli esseri umani sono molto accorti; tutto quello che può essergli utile lo adottano immediatamente. Non importa quanto debbano imparare. E le nuove tecnologie possono davvero servire ai poveri. La globalizzazione è una cosa grandiosa per la povera gente. Oggi anche i poveri sono cittadini del mondo". (Vita, 1/9/2000, p.13)
La conclusione dello studioso francese è la icastica affermazione secondo cui la globalizzazione sarebbe, in verità, un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento a scala planetaria. Naturalmente, il processo descritto non è inarrestabile, anche se non agevole è cercare di invertirne il corso. La proposta di strategia avanzata e sulla quale ritorneremo più avanti è quella di muovere dal globale al locale con un recupero forte della dimensione comunitaria. Questo il senso del "glocalismo", cioè di un ri-radicamento locale, visto come alternativa strategica alla globalizzazione.
A una conclusione diversa, pur sulla scorta della medesima lettura dei fatti che caratterizzano l'attuale fase storica, giunge Samir Amin, che all'impegno dello studioso accoppia quello di presidente del Forum per il Terzo Mondo di Dakar. Anche per il noto rappresentante del punto di vista dei paesi poveri, la globalizzazione è fenomeno tutt'altro che nuovo per chi conosce la storia dello sviluppo capitalistico e delle sue contraddizioni. Si tratta dunque di liberarsi, in primo luogo, dell'"utopia della mondializzazione liberista" se si vuole cercare di collocare, nella corretta prospettiva, la fase attuale dei rapporti economici mondiali. "Questa prospettiva -scrive il nostro- mi sembra tanto più necessaria in quanto quella dominante è incentrata sul Nord (la triade USA, Unione Europea, Giappone), alimentata dalla illusione di cui i potenti si nutrono spontaneamente, quella che gli altri (quand'anche raccogliessero l'80% della popolazione mondiale) non contano e sono necessariamente obbligati ad adattarsi alla esigenza della prosecuzione del progetto utopico e distruttivo del Capitalismo". Ora, poiché per Amin il sistema capitalistico è incapace di autoemendarsi, le aporie e le contraddizioni che esso non riesce a sciogliere e che anzi alimenta su scala planetaria finiranno con il generare le forze necessarie al mutamento di sistema nella direzione del "socialismo mondializzato". Appoggiandosi sullo schema marxiano di interpretazione della storia, Amin non fa dunque sua la via di Latouche e degli altri autori del libro sopra esaminato e cioè la proposta di cercare di contenere i guasti della globalizzazione agendo a livello locale sulla base di iniziative di nicchia.
Anche il volume curato da Bellofiore prende posizione a proposito della interpretazione, oggi prevalente, della globalizzazione, di questo termine accompagnato da un senso di così oscura minaccia. Una interpretazione che consta dei tre pezzi seguenti. Primo, staremmo vivendo un mutamento qualitativo, e per ciò stesso irreversibile, dell'economia mondiale, rappresentato dalla globalizzazione del capitalismo, secondo cui mercato e produzione, oltre naturalmente alla finanza, sarebbero talmente interconnessi e intercambiabili da vanificare la sovranità stessa dei governi nazionali. Secondo, i processi di lavoro sarebbero entrati in un nuovo modo di regolazione, quello tipico del paradigma post-fordista. Terzo, la concorrenza globale e le nuove tecnologie determinerebbero un aumento della produttività talmente superiore alla possibilità di crescita dei livelli di produzione da far preconizzare la fine del lavoro salariato. Nella sua Introduzione, che contiene anche un'ottima sintesi dei singoli capitoli del libro, Bellofiore nega il carattere di novità emergente alla globalizzazione, se con ciò si vuol significare un mutamento qualitativo del modo di produzione capitalistico. In effetti, già nel Manifesto di Marx e Engels del 1848 troviamo scritto: "La grande industria ha creato il mercato mondiale... Le vecchie industrie nazionali sono soppiantate da nuove industrie che non impiegano più materie prime indigene, ma delle materie che vengono dalle regioni più lontane e i cui prodotti si consumano non solo nei paesi stessi, ma in tutte le parti del globo... Al posto dell'antico isolamento di province e di nazioni autosufficienti, si sviluppano delle relazioni universali, una interdipendenza universale di nazioni". In un saggio, a suo tempo famoso -siamo agli inizi del Novecento- di Norman Angell, troviamo scritto: "Questa vitale interdipendenza ... che taglia trasversalmente le frontiere, è in gran parte opera degli ultimi quarant'anni ... E' il risultato dell'uso giornaliero di quei congegni della civilizzazione che risalgono a ieri". (The great illusion, New York, Putnam, 1913, p.54).
Vi sono bensì delle novità, anche di rilievo, tipiche della fase attuale della internazionalizzazione del capitale, che non vanno sottovalutate. Tra queste primeggiano -osserva Bellofiore- la globalizzazione del capitale finanziario legata al crollo del sistema dei cambi fissi e alla deregolazione dei mercati finanziari inaugurata dai governi Reagan e Thatcher; la strategia perseguita da un numero crescente di imprese di svincolarsi dal riferimento ad un territorio preciso nella realizzazione della propria mission; l'ingresso massiccio nei processi di produzione delle nuove tecnologie infotelematiche che favorisce l'aumento considerevole degli investimenti diretti all'estero. Richiamandosi a F. Chesnais (La mondialisation du capital, Paris, Syros, 1994), Bellofiore distingue tra globalizzazione, intesa come onnipotenza delle forze del mercato e perciò invincibilità del capitale globale, e mondializzazione, la quale dice piuttosto della dimensione internazionale del problema di una governabilità dei processi in corso, pur dichiarandosi a favore della sinonimia sostanziale dei due termini.
Tutto considerato, la conclusione che l'A. trae dalla sua attenta analisi è che la globalizzione del capitale è un mito dei nostri tempi, il cui contenuto profondo sta piuttosto nella spinta a ridurre tutto all'omogeneità indifferenziata della forma di merce, da un lato, e nel tentativo di soddisfare per il tramite del mercato e della sua logica, ogni tipo di bisogno, individuale o collettivo che sia, dall'altro. "Il capitalismo di un secolo fa vedeva crescere insieme l'internazionalizzione delle economie e la forza del movimento operaio. Il capitalismo di fine Novecento accoppia un nuova internazionalizzione alla disintegrazione del movimento dei lavoratori, sull'onda di una offensiva ideologica che ripropone i valori del capitalismo manchesteriano delle origini". (p.47) Questa la vera novità, inquietante per Bellofiore e per gli altri autori del volume, in particolare per G. Dumenil e D. Levy e per N. Radice e S. De Brunhoff, di questi nostri tempi. Come si nota, si riscontra qui la medesima preoccupazione sopra evidenziata e cioè che una vigile attenzione per il "fatto" della globalizzazione possa tradursi automaticamente in una sua incondizionata accettazione, finendo con l'avallare l'interpretazione di chi vede in essa l'occasione storica destinata a salvare le sorti di benessere dell'umanità intera. Può essere di interesse, a tale riguardo, la lettura dell'articolo di M. Ferguson ("The mythology about globalization", European Journal of Communication, 7, 1992), laddove l'autrice elenca, commentandoli, i principali miti della globalizzazione: "la scomparsa del tempo e dello spazio"; "grande è bello"; "l'omogeneità culturale globale"; "il nuovo ordine mondiale"; "il determinismo economico".
1.2 Sull'altro fronte delle prese di posizione in merito all'alternativa indicata si collocano, senza esitazione, gli autori dei saggi raccolti da K. Ohmae e pubblicati sulla Harvard Business Review nel periodo 1988-1995. Come perspicacemente sintetizza Enzo Rullani nella sua Presentazione, il senso proprio della globalizzazione non sta in ciò che essa crea, ma in ciò che essa demolisce: la destrutturazione non solo dei nostri stili di vita e delle nostre sicurezze, ma anche delle forme organizzative delle imprese e degli stati-nazione. Scrive P. Drucker nel suo contributo (cap.10): le grandi imprese erano "come piramidi costruite per durare nei secoli. Oggi assomigliano piuttosto a tende, da piantare e levare in fretta, ma facilmente abbattibili". Ma è soprattutto sugli stati nazionali che la forza destrutturante dell'economia globale si abbatte con maggiore violenza. Le logiche del capitale sono oggi sottratte al controllo sociale delle comunità nazionali, con il che viene meno il vincolo stabile tra stato, territorio e ricchezza, "la ricchezza senza nazioni" come è stato detto. Ma -ci rassicura Ohmae- i cittadini sarebbero felici di ciò, perché vogliono contare di più nelle loro decisioni di scelta, rispetto ai tradizionali attori sociali (sindacati, associazioni di rappresentanza) che al contrario vedono progressivamente scemare la loro autorevolezza e il loro potere di incidenza.
Un secondo punto importante che bene fa Rullani a mettere a fuoco è che non è possibile fare un bilancio di vantaggi e svantaggi della globalizzazione se prima non si specifica il punto di vista dal quale ci si colloca. Infatti, mentre durante la lunga stagione del fordismo il punto di vista "nazionale" aggregava, per così dire, gli interessi dello Stato, delle imprese, delle persone ("Ciò che è bene per la Ford è bene per il paese"), oggi tale coincidenza di obiettivi va scomparendo. L'interesse dello Stato a conservare la sua quota di sovranità sul territorio non coincide di necessità con l'interesse delle imprese a muoversi liberamente sui mercati internazionali alla ricerca delle migliori opportunità di profitto nè con l'interesse delle persone ad ottenere qualità migliori dei prodotti di cui fanno domanda e soprattutto ad acquisire più ampi spazi di autogoverno del territorio. Nei saggi di Robert Reich, "Noi chi" (cap.7) e "Loro chi" (cap.8) viene chiarito come, a seconda di quale dei tre punti di vista venga adottato, si arrivi a conclusioni affatto diverse circa il giudizio da formulare nei confronti della globalizzazione.
Infine, un terzo elemento di specificità della attuale fase storica è il fatto che, come dimostra Paul Krugman (cap.5), il gioco della globalizzazione pur essendo nel complesso un gioco a somma positiva, determina vincitori e vinti. Ad esempio, se è vero che i lavoratori qualificati migliorano la loro posizione di benessere, è del pari vero che quelli dequalificati o coloro che soffrono di rapida obsolescenza tecnologica vedono peggiorate rispetto al passato le loro condizioni di vita. Di qui la conclusione, che è anche la tesi centrale del libro, secondo cui non può essere accolta la visione di un modello unico, da considerare vincente, della globalizzazione. Anzi, si deve affermare che mentre esisteva una unica via allo sviluppo capitalistico durante la fase fordista, la globalizzazione, che non premia di per sé l'omologazione, apre la possibilità di un ventaglio di scelte circa il modello di sviluppo che le varie comunità post-nazionali possono decidere di adottare mettendo in gioco le proprie responsabilità politiche e le proprie risorse di creatività.
Ad una conclusione, per certi versi, simile giunge, sia pure per altra via, Soros in questo libro di taglio semi-autobiografico. La tesi che sorregge l'impianto del discorso è che il fondamentalismo di mercato rappresenta, oggi, per la società aperta nel senso di K. Popper, una minaccia più grave di qualsiasi ideologia totalitaria. La specificità della globalizzazione starebbe proprio in ciò: l'affermazione egemonica dell'idea secondo cui i mercati non solo sarebbero capaci di autoregolarsi -idea già avanzata dai teorici del laissez-faire nell'Ottocento- ma sarebbero in grado di conseguire al meglio qualunque obiettivo si voglia loro attribuire. In altro modo, la peculiarità originale del sistema capitalistico globale andrebbe vista nella sua inesorabile tendenza a ricomprendere ogni bisogno dell'uomo, ogni sua attività e ogni momento della sua vita all'interno di una unica categoria, quella delle relazioni di scambio fra equivalenti.
La tesi è scioccante sia perché proviene da un "addetto ai lavori" di primaria importanza, sia perché l'economia di mercato è uno degli elementi costitutivi della popperiana società aperta. Come può dunque il fondamentalismo di mercato minacciarla? La risposta di Soros è duplice. In primo luogo, perché i mercati finanziari sono intrinsecamente instabili e pertanto incapaci di correggersi da soli. Infatti, contrariamente a quanto viene insegnato dalla teoria economica ufficiale che si avvale della nozione di equilibrio mutuata, pari pari, dalla fisica, nell'attività finanziaria il concetto chiave è piuttosto quello di riflessività. Tale concetto descrive il rapporto biunivoco sussistente tra decisioni presenti e accadimenti futuri. Le rappresentazioni teoriche del comportamento umano accolte o credute dagli agenti economici influenzano il comportamento stesso e i risultati che ne derivano si riflettono, come nei meccanismi di feed-back, sulle teorie medesime. Ora, poiché la finanziarizzazione dell'economia ha ormai superato di gran lunga il volume delle transizioni reali -oltre mille miliardi di dollari vengono scambiati quotidianamente sulle piazze finanziarie- si ha che imporre la disciplina di mercato alla sfera economica significa imporre ovunque l'instabilità. La seconda ragione specifica di minaccia alla società aperta proveniente dalla globalizzazione discende dalla circostanza che la cultura del mercato si è insinuata in settori di attività e in ambiti di vita che non gli sono propri, col risultato di ottenere, ad un tempo, il fallimento della politica e l'erosione dei codici morali. Vi sono valori, come la pace, la libertà, la giustizia, che non possono essere realizzati a livello individuale, ma solo attraverso processi deliberativi di tipo collettivo all'interno dei quali le forze di mercato non devono poter giocare alcun ruolo. La conclusione di Soros è davvero sorprendente: "oggi, il pericolo proviene non dal comunismo, ma dal fondamentalismo del mercato. Il comunismo ha abolito il meccanismo di mercato e ha imposto il controllo collettivo su tutte le attività economiche. I fondamentalisti di mercato vorrebbero abolire i processi decisionali collettivi e imporre la supremazia dei valori del mercato su tutti i valori politici e sociali". (p.26) Come fare allora per riportare in equilibrio politica e mercato in una stagione in cui non esistono organismi in seno ai quali prendere decisioni collettive riguardanti l'economia globale? La proposta del nostro è in una non meglio precisata nozione di "società aperta globale" che dovrebbe appunto sostenere, orientandola, l'economia globale. Non ci è dato però di comprendere né come arrivarci in concreto (un'alleanza fra stati?), né quali dovrebbero esserne i principi regolativi. Ci viene solo detto che società globale non significa affatto stato globale -gli stati nazionali dovrebbero restare, ma la loro sovranità dovrebbe essere subordinata al diritto internazionale e alle istituzioni internazionali (sic!)- e che le resistenze maggiori al progetto della nuova alleanza per la società aperta globale verranno verosimilmente dagli USA che, essendo l'unica superpotenza rimasta, difficilmente accetterà di sottomettersi ad una qualche autorità internazionale.
Con la riflessione di Acocella, curatore del volume che accoglie i contributi presentati alla riunione scientifica annuale della Società Italiana degli Economisti, svoltasi a Roma nell'ottobre 1997, si aggiunge un'ulteriore qualificazione alla posizione di chi ritiene che la globalizzazione sia cosa diversa dalla mera magnificazione dell'internazionalizzazione delle relazioni economiche fra paesi e anche diversa dall'accresciuta concorrenza sui mercati dei beni e dei fattori produttivi. Ritorneremo nella prossima sezione, laddove ci occuperemo delle conseguenze della globalizzazione, su questo volume specificamente dedicato al nesso tra globalizzazione e stato sociale. Qui preme porre in risalto un punto di un certo interesse che, se colgo nel segno, è alla base del ragionamento degli autori.
Come è noto, fu Richard Cooper uno dei primi studiosi a proporre una teoria economica dell'interdipendenza nel suo influente The economics of interdependence, (New York, McGraw Hill, 1968). Secondo Cooper, la liberalizzazione del commercio internazionale, attraverso la riduzione delle barriere, tariffarie e non, e dei flussi di capitale -il Codice di liberalizzazione dei movimenti di capitale dell'OECD è del 1961- avrebbero reso gli stati nazione sempre più vulnerabili e tra loro interdipendenti. Concretamente, ciò avrebbe comportato un aggiustamento sistematico delle economie domestiche da parte dei singoli paesi e, al tempo stesso, una loro maggiore intraprendenza nella creazione, per via di accordi negoziali, di istituzioni internazionali capaci di fissare le regole del gioco economico e di farle rispettare. Ebbene, mentre lo straordinario aumento di interdipendenza economica che si registra nel periodo che va da Bretton Woods (1944) alla metà degli anni Settanta è essenzialmente frutto delle decisioni dei governi nazionali, vale a dire di scelte politiche operate dagli stati-nazione, il processo di globalizzazione, che prende avvio dal vertice di Rambouillet, è principalmente guidato da forze microeconomiche. Si tratta di forze espressione di soggetti privati -gruppi di imprese, associazioni di interesse, organizzazioni non governative (ONG)- che, proprio grazie all'accresciuta interdipendenza, cominciano a reagire ai segnali di convenienza, non solo economica, in modo del tutto autonomo rispetto ai legami a doppio filo fino ad allora intrattenuti con le proprie autorità nazionali. L'emergenza e via via la dominanza di forme e logiche di azione di tipo privatistico è la vera novità che connotano di sé la stagione della globalizzazione. (Non si dimentichi, infatti, che l'ordine economico internazionale che nasce a Bretton Woods venne fondato sulla centralità delle funzioni economiche degli stati nazionali).
Il riferimento al vertice di Rambouillet del novembre 1975 non è certo casuale. Invero, come con grande precisione e acume storico ci informa James, fu proprio in quell'occasione che i capi di stato e di governo dei sei maggiori paesi industrializzati, nel cercare di dare una risposta ai problemi generati dalla seconda crisi petrolifera, gettano le basi del nuovo ordine mondiale. Il comunicato finale del summit prometteva "sforzi in vista del ripristino di una maggiore stabilità nelle condizioni economiche e finanziarie fondamentali dell'economia mondiale" e misure atte a contrastare "turbative alle condizioni di mercato o fluttuazioni imprevedibili dei cambi" (p.11). Al termine di un'accurata ricostruzione storica, nel corso della quale viene chiarito come le nuove idee liberiste siano state accolte in conseguenza più di una crisi acuta delle forme tradizionali di controllo dell'economia che non di vera e propria persuasione ideale, James conclude che l'importanza reale del vertice di Rambouillet fu proprio quella di aver dato l'avvio, per così dire ufficiale, alla dinamica di un mercato globale.
Il punto poco sopra sollevato è assai efficacemente illustrato da Beck quando, calzando gli occhiali della teoria sociologica, osserva come la globalizzazione consente alle imprese di riprendersi il potere di azione in passato addomesticato con gli strumenti della politica. In questo senso, la globalizzazione rende possibile ciò che per il capitalismo è sempre stato valido: le imprese, soprattutto quelle globali, svolgono un ruolo chiave non solo nell'organizzazione dell'economia, ma anche in quello della società. Ecco perché la globalizzazione modifica alla radice i fondamenti dell'economia nazionale e restringe drasticamente i gradi di libertà nelle scelte degli stati nazionali, provocando "una subpoliticizzazione" sconosciuta nelle epoche passate. Invero, lo stato-nazione, in quanto stato territoriale, ha tutti i suoi strumenti di azione (tasse; organismi di controllo; sicurezza militare; politica estera) legati ad un territorio ben definito. Le imprese invece, osserva sempre Beck, possono produrre in un paese, pagare le imposte in un altro, e in un terzo ancora richiedere aiuti e contributi statali per speciali progetti di ristrutturazione. Come si può comprendere, ci troviamo di fronte ad una autentica discontinuità rispetto al passato che non abbisogna di particolari commenti.
Allo scopo di andare oltre l'ortodossia territoriale del politico e soprattutto al fine di spezzare una lancia a favore della tesi di chi vede nella globalizzazione non già l'occasione della fine della politica, quanto piuttosto l'opportunità per collocare l'orizzonte politico al di sopra dei confini stretti dello stato-nazione, Beck introduce l'importante distinzione tra globalismo da un lato e globalità e globalizzazione dall'altro, una distinzione questa che mi pare possa ben servire a far convergere le posizioni di non pochi degli studiosi che si occupano del tema che qui ci interessa. Globalismo è l'idea secondo cui, nella stagione del mercato globale, il significato della politica sarebbe quello di essere un'attività funzionale alla competizione economica, anziché essere quello di un'attività volta a stabilire priorità e regole per il bene comune. Il globalismo è dunque un'ideologia che attrae, stranamente, i suoi stessi avversari. In effetti, tutte le volte in cui ci si rifugia nelle varie forme di neoprotezionismo -che Beck classifica in "nero, verde, rosso" con ovvio significato dei termini- si finisce con il fare il gioco, anche senza volerlo, dell'ideologia neoliberista. Globalità dice, invece, che siamo ormai entrati in una società mondiale, una società cioè nella quale l'insieme dei rapporti sociali non può essere rappresentato all'interno di spazi chiusi come sono quelli fissati dallo stato-nazione. Infine, globalizzazione denota il processo attraverso il quale gli stati nazionali vengono condizionati trasversalmente dal potere di attori transnazionali, con cui, volenti o nolenti, è necessario interagire, trovando forme nuove di collaborazione.
Per il sociologo tedesco, è dunque necessario (e urgente) prendere atto della irreversibilità del fenomeno della globalità se si vogliono aprire nuovi spazi per l'azione politica. Solo in tal modo si può sperare di rompere "l'incantesimo spoliticizzante del globalismo", perché solo a partire dalla presa d'atto delle specificità proprie del processo di globalizzazione -"estensione, densità e stabilità delle reti di relazioni reciproche regional-globali e della loro autodefinizione massmediale" (p.25)- e dell'irreversibilità della globalità (otto evidenze vengono prodotte a tal riguardo) è possibile contrastare l'ideologia secondo cui il globalismo, come sopra definito, sia nella natura delle cose. Quanto a dire che se si vuole organizzare politicamente la globalizzazione occorre, in primo luogo, non esorcizzarla e, secondariamente, cercare di scoprire almeno i sintomi "delle malattie" ad essa associati.
2.1 Un esito, che è ad un tempo fattore esplicativo, del processo di globalizzazione è il ruolo di primo piano svolto dalla concorrenza in generale e dalla tecnologia in particolare. L'idea centrale attorno a cui ruotano i saggi del volume curato da Archibugi e Imperatori è che la globalizzazione concerne in primis la conoscenza e la capacità tecnologica. Si tratta di beni economici particolari, la cui natura non è facilmente riconducibile alle familiari variabili economiche, cioè prezzi e quantità, dal momento che quanto è in gioco è costituito dai processi di apprendimento. Sapere come un macchinario deve funzionare è conoscenza tecnologica; farlo funzionare in modo efficiente è capacità tecnologica. Tale distinzione discende da una concettualizzazione della tecnologia diversa da quella in uso fino a qualche tempo fa e ha implicazioni rilevanti per il cosiddetto processo di trasferimento delle tecnologie, soprattutto quando questo ha luogo tra aree geografiche connotate da forti differenze economiche e culturali. La novità è costituita dal fatto che l'insieme delle conoscenze incorporate in una data tecnologia solo in parte sono codificabili -e dunque facilmente imitabili da altri o altrove. Per lo più, esse sono tacite, specifiche di determinate persone e istituzioni, acquisite tramite l'educazione, l'esperienza e la ricerca, e pertanto non trasferibili a costo nullo. Questa componente tacita fa sì che le capacità tecnologiche aumentino per il tramite di un processo di accumulazione che è essenzialmente di natura incrementale. D'altro canto, il canale più importante di accrescimento delle capacità tecnologiche è l'attività di produzione stessa.
Ebbene, l'argomento sviluppato da Archibugi nel suo contributo è che è oggi in atto un processo circolare in cui le nuove tecnologie fungono da lubrificante della globalizzazione; a sua volta, quest'ultima, rendendo più facile la circolazione di persone, capitali, merci, idee, consente di alimentare un ritmo di cambiamento tecnologico storicamente inedito. La nozione di "globalizzazione dell'innovazione", che si aggiunge a quelle già note di globalizzazione della finanza, della cultura, dell'informazione, costituisce, pertanto, una sorta di cerniera tra i due fenomeni più rilevanti dell'economia contemporanea: l'accresciuta integrazione economico-finanziaria tra paesi e l'aumentata importanza della conoscenza nei processi economici. Di grande interesse, anche a fini pratici, è la tassonomia della globalizzazione dell'innovazione che Archibugi presenta, una tassonomia basata su un triplice criterio: sfruttamento internazionale della tecnologia, generazione globale di innovazioni e collaborazione globale nei processi di apprendimento.
Quali le conseguenze di tutto ciò per le singole nozioni e per le politiche pubbliche? La più rilevante è questa: la conoscenza può ben essere offerta socialmente, ma per essere messa a frutto deve essere assorbita individualmente. Come a dire che sono i limiti alla capacità di assorbimento della conoscenza a rappresentare le principali barriere alla sua diffusione. Ecco perché non è lecito sperare di arrivare -come ancora tanti ostinatamente ritengono- una bilanciata (ed equa) globalizzazione dell'innovazione per mezzo della sola liberalizzazione degli scambi internazionali di beni e servizi. Pertinente, al riguardo, l'osservazione-denuncia di Imperatori: "Finanza e tecnologia provengono dai paesi industriali. A rigore questo non dovrebbe preoccupare, in quanto ciò che i paesi industriali perdono in conto merci dovrebbero riguadagnarlo in conto capitale attraverso le rendite finanziarie degli investimenti all'estero e i guadagni derivanti dal trasferimento tecnologico. Ma qui appare la contraddizione forse più difficile da risolvere: i paesi industriali che si professano capitalisti, in realtà ragionano spesso ancora in un'ottica mercantilista". (p.24)
D'altro canto, a partire da una coraggiosa e non convenzionale lettura-interpretazione dei tratti salienti associati alla cosiddetta terza rivoluzione industriale, Detragiache si chiede: "Quali sono i fattori, quali i processi per cui l'aumento della produttività va ora a beneficio solo dell'aristocrazia delle tecnostrutture e dei titoli di borsa?" (p.3) In altri termini, a causa di quali meccanismi, il capitalismo non mantiene ciò che promette? La risposta sintetica che emerge dal saggio di Detragiache può essere così resa. Gli USA, per competere con i paesi di nuova industrializzazione (NIC) hanno scelto di imboccare la via della produzione sottile e snella, della reingegnerizzione, della flessibilità del lavoro, della riduzione della spesa sociale, ritornando così forti competitori. La conseguenza, forse non voluta, è stata che i paesi europei si sono venuti a trovare stretti fra due fuochi: quello degli USA e quello dei NIC. Col risultato che le promesse del capitalismo renano hanno dovuto subire, se non proprio un'inversione di segno, quanto meno una battuta d'arresto. Che gli esiti del "capitalismo avanzato" -come lo chiama Detragiache- possano mettere a repentaglio la sostenibilità sociale dello sviluppo, innescando fenomeni estesi di rivolta sociale, è congettura tutt'altro che destituita di fondamento.
2.2 Che la globalizzazione possa indurre inquietanti gare al ribasso nelle materie dello stato sociale è qualcosa di più di una semplice minaccia o di astratta ipotesi. Come bene documentano i saggi raccolti nel volume curato da Acocella, la più grave delle conseguenze della globalizzazione è che essa provoca un mutamento, spesso endogeno e implicito, delle regole del gioco economico. E' un fatto che il fenomeno della ipercompetizione, vero esempio di conseguenza non voluta di azione intenzionale, tende a risultare incompatibile con la fissazione di vincoli al libero operare delle forze di mercato. Sta così emergendo un nuovo trade-off, cui non eravamo stati abituati in passato: quello tra posizioni di vantaggio competitivo e reti di sicurezza sociale. In assenza di limitazioni precise e soprattutto di una rafforzata consapevolezza in materia di diritti fondamentali dell'uomo che lavora, la possibilità che imprese ed operatori economici vedano nelle pratiche di dumping sociale un modo per conservare i propri margini di vantaggio competitivo nel mercato globale, diventa una crudele realtà. Eppure, per paradossale che ciò possa apparire, mercato e socialità oggi ci coimplicano più che mai e ciò nel senso che intervenire sui meccanismi di redistribuzione del reddito e della ricchezza serve allo stesso processo di sviluppo, perché ne assicura la permanenza nel tempo.
Acocella illustra, al riguardo, tre ragioni che parlano contro l'opinione, assai diffusa, secondo cui la pressione concorrenziale sui salari indotta dalla globalizzazione richiederebbe un contenimento della spesa sociale. In primo luogo, lo stato sociale costituisce ancora, nelle nostre economie, il modo più efficiente per allocare risorse allo scopo di conseguire obiettivi che la società ritiene irrinunciabili. Quello della sanità è solamente uno degli esempi più eclatanti: la spesa sanitaria statunitense, che è principalmente una spesa privata, è di gran lunga superiore, a parità di prestazioni quali-quantitative, di quella dei paesi dotati di un servizio sanitario nazionale. Secondo, la spesa sociale per istruzione e, più in generale, per la costruzione di capitale umano è di decisiva importanza -come si è ricordato nel paragrafo precedente- per sostenere il ritmo dell'accumulazione. (Si leggano con attenzione le pagine di Cipollone e Sestito circa l'impatto della globalizzazione sul mercato italiano). Infine, gli interventi pubblici volti a mitigare gli aumenti delle disuguaglianze distributive, generati dalla globalizzazione, concorrono ad accrescere la coesione sociale e, per questa via, a generare quel capitale sociale nel senso di J. Coleman che è oggi universalmente riconosciuto come la vera risorsa decisiva per lo sviluppo. Scrive, a tale proposito, D. Rodrik: "La disintegrazione sociale non è uno spettatore sportivo -quelli che si trovano ai bordi del campo restano colpiti dagli spruzzi del fango provenienti dal campo stesso. Alla fine, l'allargamento delle distanze sociali danneggia tutti.... La grande sfida per il XXI secolo è quella di disegnare un nuovo equilibrio tra mercato e società, capace di liberare le energie creative dell'imprenditoria privata senza erodere la base sociale della cooperazione". ("Has globalization gone too far?", Institute for International Economics, Washington D.C., 1997). Per Acocella, è dunque da respingere, perché fuorviante, la celebre metafora del secchio bucato usata da A. Okun per rappresentare il trade-off tra efficienza e equità. E infatti le statistiche dell'UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) sono eloquenti al riguardo: i paesi a più alto indice di sviluppo umano sono anche quelli con il più elevato livello di performance economica. (Si veda, per tutti, il Rapporto 1999, significativamente intitolato: "Globalizzazione dal volto umano".)
Quello dell'aumento delle diseguaglianze è certamente l'episodio puù eclatante di insuccesso associato alla globalizzazione. Tutta la letteratura, sia teorica sia empirica, di cui danno accurato conto Franzini e Milone nel loro contributo in Acocella (1999), conferma che nell'ultimo quarto di secolo i divari di reddito sono progressivamente aumentati. Paradossalmente, dunque, nelle società che sono dell'opulenza, le differenziazioni tra gruppi e classi sociali aumentano, anziché ridursi. E tale incremento dei divari non riguarda unicamente il Nord e il Sud del mondo -delle cui diverse velocità nel processo di crescita eravamo già da tempo a conoscenza - ma si realizza addirittura all'interno degli stessi paesi avanzati. Ciò significa che, pur non aumentando la povertà in termini assoluti, essa tende a crescere in termini relativi, con le conseguenze che è facile immaginare: accresciute condizioni di instabilità e insicurezza sul lavoro; peggioramento dei livelli salariali dei lavoratori che non riescono a tenere il passo con le abilità professionali richieste dalle nuove tecnologie- si tenga presente che il progresso tecnico di oggi è prevalentemente del tipo skill-biased. Ciò precisato, Franzini e Milone registrano il seguente paradosso: quanto più la globalizzazione provoca un aumento dei rischi sistemici -vale a dire dei rischi che sono endemici alla produzione stessa di ricchezza- tanto più dovrebbe aumentare la consapevolezza del bisogno di misure compensative atte a favorire forme di socializzazione dei rischi. Invece, la globalizzazione sta spingendo i governi nazionali a tagliare, un po' ovunque, la spesa sociale.
Al fine di far luce su questo paradosso, gli autori sviluppano uno schema analitico basato sulle relazioni, concettualmente possibili, tra crescita e distribuzione del reddito. L'esercizio teorico da essi svolto mostra come globalizzazione e spesa sociale concorrano, congiuntamente, a determinare le combinazioni realizzabili delle due variabili. E dunque che di fronte alla sfida della nuova economia sono possibili politiche in grado, non semplicemente di attenuarne gli effetti perversi sull'eguaglianza, ma anche di migliorare le stesse performance economiche -una affermazione questa che trae sostegno dall'accurato lavoro empirico di R. Perotti del 1996 che mostra come appropriate politiche redistributive abbiano effetti positivi sulla crescita. In definitiva, la lacuna seria della globalizzazione è che essa non è abbastanza globale: l'effetto di polarizzazione che essa nutre , da un lato, invalida la celebre "curva di Kuznetz" -quella curva che tante speranze aveva alimentato tra coloro che sono sensibili al linguaggio dei diritti umani- dall'altro, aumenta la vulnerabilità economica di quote crescenti delle popolazioni dei paesi anche avanzati.
Preoccupazioni in buona sostanza simili sono espresse nell'interessante volume curato da Arcelli, il cui intento è quello "di mettere a fuoco le grandi tendenze che contraddistinguono le dinamiche dei sistemi economico-sociali di questo fine millennio e che verosimilmente ridisegneranno la mappa della geoeconomia mondiale nel dopo 2000" (p.xv). Gli autori concordano sulla opportunità di tenere concettualmente distinta la globalizzazione dalla fioritura dell'integrazione economica tra paesi avvenuta nel corso degli ultimi due decenni. E ciò per la fondamentale ragione che la globalizzazione è un processo multidimensionale -politico, economico, sociale- che non può essere catturato, cioè compreso in termini di attributi e parametri solo economici e finanziari. Spostando una prospettiva, per così dire, intermedia tra una posizione immotivatamente ottimista ed una insostenibilmente cinica, il volume curato da Arcelli evidenzia come il problema dello stato sociale, oggi, sia essenzialmente un problema di costi comparati più che di vincolo creato dalla scarsità delle risorse. Un problema, cioè, generato dalla spinta concorrenziale alimentata dai paesi più aggressivi e dunque, per certi versi, ancora più sconcertante perché basterebbe, per risolverlo, scrivere diversamente le regole del gioco. Gli altri elementi di debolezza della globalizzazione che gli autori del libro bene sottolineano con forza sono, da un lato, che il funzionamento dei mercati finanziari e dei cambi si svolge senza un'àncora, al di fuori di un adeguato controllo politico-democratico, e dall'altro, che l'aumento dell'interdipendenza esalta l'impatto restrittivo sull'economia di assetti istituzionali e giuridici obsoleti, quali sono quelli tuttora in essere e vigenti nel nostro paese.
2.3 L'inversione del rapporto tra produzione di ricchezza e riduzione dei livelli di incertezza cui si faceva poc'anzi riferimento, ci introduce al tema del nesso tra nuove povertà (emarginazione ed esclusione sociale) e globalizzazione. Prima, però, conviene precisare i termini di quella inversione. Da sempre, la generazione di nuova ricchezza e il conseguente miglioramento delle condizioni di vita sono serviti a ridurre l'incertezza di vita dei singoli e delle collettività. La transizione in atto verso la società globale ci pone, invece, di fronte ad un'economia in cui la produzione di incertezza sembra connatura al problema economico, anzi una sorta di pre-condizione per la produzione stessa di ricchezza. Il messaggio che veicola la sindrome dell'incertezza, ormai vera e propria sociopatia, soprattutto fra le giovani generazioni, è quello dell'incertezza "naturale". Delocalizzazione delle attività produttive; down-sizing; competizione posizionale; de-jobbing; flessibilità: sono queste le espressioni che fanno credere come occorra auto-infliggersi uno stato di endemica incertezza per migliorare le performance economiche. Mentre è risaputo che questo tipo di incertezza -che Giddens chiama endogena- obbligando i soggetti ad un adattamento passivo nei confronti dei meccanismi automatici e impersonali, blocca la loro creatività e quindi rallenta le possibilità di progresso, anche economico.
Il volume di Chossudovsky ci dà conto -sulla scorta di documenti ufficiali e delle informazioni acquisite sul campo- di come sia potuto accadere che il processo di globalizzazione abbia provocato l'insorgenza di forme nuove di povertà. Il fatto è -sos-tiene questo A.- che il sistema economico mondiale è oggi attraversato da due forze contradditorie: il consolidamento di un'economia del lavoro a basso costo, da un lato, e la ricchezza di nuovi mercati per contrastare la sovrapproduzione a livello globale, dall'altro. Il risultato è che, riducendo la capacità di consumo delle società, le riforme basate sul principio dell'aggiustamento strutturale imposte dagli organismi economici internazionali ai paesi poveri e a quelli in transizione hanno ostacolato l'espansione del capitale e per questa via hanno ottenuto risultati subottimali. La conclusione che l'A. trae è che la "globalizzaizone della povertà" alla fine del 20? secolo non ha precedenti nella storia -una povertà che non è conseguenza della scarsità di risorse, ma il risultato di politiche finalizzate a tenere alta la disoccupazione e a minimizzare il costo del lavoro in tutto il mondo. (Dallo Human Development Report del 1999 si trae che il 20% più ricco del pianeta detiene l'87,5% del prodotto lordo mondiale; mentre il 20% più povero l'1,1% e, naturalmente, è quasi all'oscuro di Internet. D'altro canto, il rapporto tra redditi pro-capite dei paesi più ricchi e quello dei paesi più poveri, misurati a cambi correnti, è passato da 30 a 1 nel 1960, a 60 a 1 nel 1990 e a 74 a 1 nel 1997).
A ben considerare, bene avrebbe fatto Chassudovsky a tenere accuratamente distinti nella sua analisi povertà e diseguaglianze, perché se è vero che c'è abbondante evidenza empirica sul fatto che la globalizzazione abbia aumentato le seconde, non altrettanto può dirsi per la prima. Ma a parte ciò, è scoraggiante che l'economista canadese non veda "soluzioni tecniche a questa crisi" e che l'unica via suggerita come percorribile sia quella di "un'iniziativa comune che unisca "i movimenti di lotta sociale in tutte le principali regioni del mondo" per arrivare a ottenere il "disarmo finanziario" e il mutamento radicale delle regole del sistema neoliberale dominante. E' questa una prospettiva massimalista del tipo "o tutto o niente" -ma la storia si è già incaricata di mostrarci su quale dei due estremi il pendolo si sia più spesso arrestato- che fa il paio con la provocatoria affermazione di J. Seabrook: "La povertà non può essere curata perché non è un sintomo della malattia del capitalismo. E' vero il contrario: essa è prova della sua forte tempra, della sua spinta ad accumulare e attivarsi sempre più... Anche i più ricchi si lamentano soprattutto per le cose cui devono rinunciare. Anche i più privilegiati sono costretti a portarsi dentro l'urgente spinta ad acquisire". (The race for riches: the human cost of wealth, Basing Stoke, Marshall Pickering, 1988, p.15).
Diversa la prospettiva di discorso da cui muove il sociologo americano Robertson, il quale, dopo aver definito la globalizzazione come "la compressione del mondo in un luogo unificato", si perita di sviluppare un modello di globalità in grado di dar conto delle principali caratteristiche della condizione umana globale nel suo insieme. All'origine del fenomeno delle nuove povertà troviamo, secondo Robertson, i vari tentativi esperiti da società e movimenti di imporre una determinata definizione della condizione umana globale. Eppure, la globalizzazione non si riferisce semplicemente all'oggettività della crescente interdipendenza, ma soprattutto alla dimensione culturale e soggettiva. Di qui la necessità, quando si parla di globalizzazione, di tener conto della coscienza che di essa hanno le persone, dal momento che tale coscienza presenta connotazioni riflessive. Centinaia di milioni di persone rimangono relativamente estranee "alla condizione globale", benchè esse risultino influenzate dall'economia globale. (Si veda anche, su tale punto, l'utile saggio di Lafay).
L'importante contributo di Bauman, specificamente dedicato allo studio delle conseguenze della globalizzazione sulle persone, ci aiuta a cogliere un aspetto usualmente trascurato nella letteratura, anche recente. Contro la parzialità delle trattazioni correnti, Bauman svela come, in parallelo al processo emergente di una scala planetaria per quanto concerne l'economia, la finanza, gli scambi commerciali e l'informazione, la globalizzazione metta in moto un altro processo, simmetrico rispetto a quello precedente: la localizzazione. E' la stretta interconnessione dei due processi, il loro mutuo intersecarsi, a determinare quella dualità di giudizi sulla globalizzazione che è dato riscontrare: ciò che appare come conquista della globalizzazione per gli uni, rappresenta un nuovo vincolo -l'incatenazione alla dimensione locale- per gli altri; laddove la globalizzazione segnala nuovi spazi di libertà di azione per gli uni, dice sottomissione ad un destino non voluto per gli altri, e così via. La mobilità è dunque il nuovo e principale fattore di stratificazione sociale nell'era della globalizzazione: alcuni gruppi sociali diventano globali; altri sono inchiodati alla propria località, ma -ed è questo il punto importante- sono i "global" a fissare le regole del gioco della vita, quelle regole, quasi sempre non scritte, che i "locali" sono poi tenuti a subire e dalle quali sono comunque condizionati. Restare "locali" in un mondo globale è dunque segno di inferiorità; ma è anche causa di una nuova sofferenza: quella di chi essendo costretto a vivere in un luogo, si avvede che oggi gli stessi luoghi locali stanno perdendo la loro capacità di generare senso, di imporre significati all'esistenza. Di qui, secondo il sociologo polacco, le tendenze al neotribalismo e al fondamentalismo di cui le cronache ci danno frequente conferma. La globalizzazione ha così creato una nuova causa di segregazione e di esclusione, e perciò di nuove povertà, quella fondata sullo spazio -una causa che si esprime appunto nella libertà di movimento, concessa ad alcuni e negata ad altri. Con un aggravante: che i centri dove vengono prodotti i significati e i valori sono oggi extraterritoriali e avulsi da vincoli locali, mentre non lo è la condizione di vita di coloro che sono legati ad un luogo specifico, i quali si trovano a dover dare un senso a significati e valori che non sono indigeni, ma importati da altri luoghi. E' in ciò l'origine dello sradicamento, della perdita delle radici da parte di sempre più numerosi gruppi sociali, con le conseguenze che è agevole immaginare. "Piuttosto che rendere omogenea la condizione umana, l'annullamento tecnologico delle distanze spazio-temporali tende a polarizzarla. Emancipa alcuni dai vincoli territoriali e fa sì che certi fattori generino comunità extraterritoriali, mentre priva il territorio, in cui altri continuano ad essere relegati, del suo significato e della sua capacità di attribuire un'identità". (p.22)
Un'interessante applicazione di questa chiave di lettura è quella che ci consente di afferrare una peculiarità della grande impresa, oggi transnazionale. Rifacendosi all'apodittica affermazione di A. Dunlap: "L'impresa appartiene alle persone che investono in essa, non ai dipendenti, ai fornitori e neppure al luogo in cui è situata" (How I saved bad companies and made good companies great, New York, Time Books, 1996, p.199), Bauman osserva come tra coloro che hanno interessi nell'impresa, solo gli investitori, cioè gli azionisti, non sono legati all'elemento spaziale -possono comprare e vendere ovunque senza vincolo alcuno in questa epoca di globalizzazione-; tutti gli altri stakeholders (dipendenti; fornitori; coloro che sono associati ad una definita località) non possono distaccarsi dai vincoli imposti dai processi di localizzazione. E' la mobilità acquisita dagli investitori a generare una netta divaricazione tra potere e obblighi sociali, una separazione senza precedenti nella storia economica, quando i "ricchi", soprattutto i grandi industriali, non potevano sottrarsi completamente, sia pure obtorto collo ai condizionamenti territoriali. E' come se il capitale, oggi, avesse acquisito una nuova libertà: quella di non ritenersi responsabile nei confronti dei luoghi in cui è presente, né di preoccuparsi delle conseguenze associate al suo modo di funzionare. La natura extraterritoriale del potere economico -conclude Bauman- deve dunque farci parlare di "fine della geografia", piuttosto che di "fine della storia", per riprendere il titolo di un noto saggio di R.O'Brien, Global financial integration: the end of geography, Londra, Pinter, 1992.
L'analisi di Bauman trova un'autorevole sponda nel saggio di Geertz centrato sul paradosso che, a suo dire, contraddistingue il mondo d'oggi: la globalizzazione, mentre provoca un aumento di nuove differenziazioni e genera interconnessioni sempre più strette, è all'origine di divisioni sempre più intricate. Cosmopolitismo e provincialismo non sono più in contrasto tra loro, come accadeva nel passato, ma si rafforzano a vicenda. Che cosa è un paese, se non è una nazione e che cosa è una cultura, se non c'è consenso? -si chiede il celebre antropologo. Ancora in un passato recente, questi due interrogativi sarebbero parsi privi di senso: i paesi erano nazioni; le culture erano stili di vita condivisi. La novità profonda del capitalismo senza frontiere -come lo chiama la Banca Mondiale- è nella frammentazione del nostro mondo e dunque nella riproposizione, su basi nuove, del problema dell'identità. Che cosa è e cosa non è l'identità? L'universalismo, all'insegna del quale il liberismo si era proposto come ancoraggio morale per il mondo intero, è entrato in palese conflitto con altri universalismi, in special modo con quello islamico. Più in generale, i paesi in via di sviluppo oppongono dura resistenza alla pretesa di universalità dei diritti dell'uomo perché giudicati il cavallo di Troia con il quale l'occidente intenderebbe perpetuare il colonialismo con altri mezzi.
Geertz non si dichiara ottimista circa la possibilità di giungere in tempi brevi ad una nuova sintesi, anche se riconosce che forse una vecchia sintesi mai è esistita. Continueremo pertanto a registrare disaccordi e fratture e a dover vivere in condizioni che il nostro chiama di low-intensity peace, un ambiente questo nel quale il liberalismo non può certo agevolmente prosperare. Donde il suggerimento di ripensare il liberalismo dalle radici, a partire cioè dalla messa in discussione delle categorie concettuali -come quelle di paese, nazione, stato, popolo- che abbiamo finora considerato pietre miliari dell'ordine sociale e della visione stato-centrica ed omogeneizzante del mondo tipica di non pochi teorici delle relazioni internazionali.
2.4 Che dire, infine, del rapporto tra globalizzazione e democrazia? Che oggi ci si trovi in presenza di un'atrofia, più o meno avvertita, degli elementi democratici nelle nostre nazioni, è sotto gli occhi di tutti. La globalizzazione drena potere dallo stato nazionale, la cui autonomia è oggi compromessa da due vincoli, tra loro collegati. Un vincolo interno, il primo: la necessità, imposta dalla regola democratica, di evitare un eccessivo carico fiscale sulle spalle delle classi medie per finanziare i sistemi di welfare ereditati dal recente passato. Un vincolo esterno, il secondo: gli stati nazionali non riescono più a sottrarsi al confronto con le aspettative dei mercati internazionali dei capitali, tanto che le preoccupazioni elettorali dei governi non possono non tener conto delle richieste sempre più incalzanti di credibilità da parte della finanza globale (differenze modeste negli indicatori di credibilità si traducono in differenziali insostenibili dei tassi di interesse). Ebbene, la minaccia alla capacità dei governi di esercitare la loro sovranità interna, si trasforma in minaccia alla democrazia stessa. Sebbene i cittadini continuino a votare, il potere effettivo di questo voto, quello di forgiare le grandi decisioni pubbliche decresce con il declino della sovranità interna. Ciò che spiega la diminuzione di fiducia nelle istituzioni democratiche che è dato constatare nelle nostre società.
Questo rilievo aggiunge un ulteriore paradosso alla lunga lista di situazioni paradossali di cui è responsabile la globalizzazione. La quale -osserva Giddens- è bensì alla base dell'espansione della democrazia in territori in precedenza non da essa toccati; al tempo stesso però rivela i limiti delle strutture democratiche ai cittadini dei paesi di antica democrazia che sembrano disillusi nei suoi confronti. E' pertanto necessario democratizzare ulteriormente le istituzioni attuali, in modi che rispondano, almeno tenden-zialmente, alle nuove esigenze dell'età globale. Tra queste vi è certamente il fatto che le nazioni fronteggiano, oggi, rischi e pericoli, più che nemici. La globalizzazione si sta affermando -co-me si notava nei paragrafi precedenti- in maniera parziale e non benigna in tutte le sue conseguenze. La gran parte dei cittadini sentono e subiscono l'azione di forze sulle quali non hanno potere. Occorre dunque adeguare le nostre istituzioni e crearne di nuove, se si vuole proteggere la gente da quello che Giddens chiama "il rischio costruito" (manufactured risk), il rischio cioè riconducibile all'impatto della conoscenza manipolataria e delle nuove tecnologie sul mondo. L'altro tipo di rischio, quello esogeno proveniente dall'esterno (dagli elementi della natura, dalla tradizione), è un rischio assicurabile. La grande intuizione della politica del welfare fu proprio quella di legare la realizzazione del processo democratico alla gestione del rischio esogeno. Purtroppo, però, il rischio costruito, cioè il rischio endogeno, non è assicurabile; eppure è assai più minaccioso e gravido di conseguenze dell'altro, anche perché esso non riguarda solo il singolo paese (si pensi al rischio ecologico; a quello biotecnologico ecc.). La politica non può allora ritenere che la gestione del rischio endogeno non rientri nei suoi compiti, pena la sua lenta eutanasia. Di qui la proposta di Giddens di una "democrazia democratizzante": la democrazia stessa deve diventare transnazionale. Come a dire che un'epoca globalizzante richiede risposte altrettanto globalizzanti, dal momento che le vecchie armi di governo si spuntano in quelle in società dove i cittadini dispongono delle stesse informazioni e delle medesime conoscenze di coloro che sono al potere. Anzi, se c'è un'asimmetria, questa è certamente a favore dei cittadini. Nel concreto, la democratizzazione della democrazia significa che i partiti politici devono abituarsi a collaborare, nel senso di lavorare assieme in condizioni di parità, con quelli che Giddens chiama i single-issue groups: movimenti ecologisti; organizzazioni non governative; gruppi di pressione; corpi intermedi della società civile e così via. Come possa essere promossa la democrazia, così intesa, al di sopra del livello dello stato-nazione; in altri termini, come prendere decisioni quando si tratta di affrontare problemi che esulano dall'ambito dello stato-nazione e per i quali non disponiamo di istituzioni parlamentari, Giddens non dice con precisione. Il sociologo inglese si limita ad osservare che organismi del tipo Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale per il Commercio, la stessa Unione Europea, e altre ancora, prive come sono di un demos da cui essere legittimate, non superano gli standard richiesti da una democrazia democratizzante, pur svolgendo un ruolo quasi politico.
Chi invece si spinge con coraggio su questo terreno è Habermas, il quale fonda la sua analisi (e proposta) sul dilemma seguente: nell'epoca della globalizzazione, gli stati-nazione possono migliorare la loro posizione nella gara della competitività internazionale solo autoriducendo il loro potere di intervento, ad esempio in materia di stato sociale o di regolazione dei mercati; ma così facendo essi mettono a repentaglio il quadro democratico delle loro società perché non riescono ad ammortizzare a sufficienza gli effetti perversi della stessa economia globalizzata. In contesti del genere, "il keynesismo in un solo paese non funziona più". (p.21) Potrebbe sembrare -argomenta Habermas- che la via per sciogliere il dilemma fosse la seguente: si trasferiscono le funzioni finora assolte dai soggetti statual-nazionali a unità politiche capaci di porsi al passo di una economia transnazionale, cioè istituzioni sovranazionali del tipo Unione Europea, NAFTA, e simili. Ma operando in tal modo, si giungerebbe semplicemente ad alleanze difensive rispetto al resto del mondo, incapaci di per sé di combattere quella competizione posizionale che è, oggi, all'origine di fenomeni quali le nuove povertà e la dilagante violazione dei diritti. (Si rammenti che a differenza di quanto accade nella familiare competizione di mercato, la competizione posizionale è tipico gioco a somma nulla, nel quale la parte vincente prende tutto e chi perde tutto perde: il cosiddetto "effetto superstar" di cui parla S. Rose). Invero, i 191 stati sovrani che fanno parte delle Nazioni Unite e le altre 350 ONG tuttora in attività svolgono bensì compiti di coordinamento e di mantenimento della pace, ma non sono certo in grado né di assicurare una accountability politica ai cittadini del mondo, né di svolgere vere e proprie funzioni di regolazione. Anzi, certi organismi internazionali e certe megastrutture della società civile internazionale hanno ormai acquisito un tale potere, di gran lunga superiore a quello di certi stati-nazione, da sollevare lo spettro di nuove forme di oligarchia.
Ecco perché, a giudizio di Habermas, occorre puntare ad una global governance cui affidare il compito di riregolazione della società mondiale, cioè di armonizzazione degli interessi a scala planetaria. Tale compito non può essere svolto, come si è sopra detto, da accordi o da forme di cooperazione interstatuale. Ma neppure dalla figura organizzativa di uno "stato mondiale": primo, perché ciò presupporebbe che gli stati nazionali abdicassero alla loro sovranità formale, il che è semplicemente utopico; secondo, perché non sarebbe certo auspicabile la creazione di uno stato e quindi di un governo mondiale. Piuttosto, la proposta è quella di una nuova "chiusura politica" per la società globale, in grado di offrire una risposta politica alle sfide della costellazione post-nazionale, una proposta che va indirizzata, in primis, non ai governi nazionali, ma ai soggetti della società civile transnazionale portatori di cultura. D'altro canto, perché possano coagularsi tra loro, i movimenti della società civile hanno bisogno -scrive Habermas- che si aprano delle prospettive normativamente soddisfacenti per la soluzione dei conflitti. Realizzare queste prospettive è il vero e grande compito di quei politici che non si sono ancora del tutto estraniati dalla società e che resistendo alla tentazione dell'autoreferenzialità sono in grado di attuare una "politica interna mondiale".
Come si intuisce, il modello della democrazia deliberativa del filosofo tedesco si ispira al modello della democrazia cosmopolitica di David Held, di cui diremo nella prossima sezione. Giova qui precisare come il progetto habermasiano rifiuti, ad un tempo, sia la prospettiva neoliberale di riduzione della sfera del politico ad un particolare mercato, nel quale al patto associativo tra cittadini si arriva per via di accordo ovvero per via di contratto, sia la prospettiva comunitarista , coltivata da A. Etzioni, M. Sandel, C. Taylor e altri, incapace di andare oltre la proposta di un federalismo debole che pone il demos (cioè la cittadinanza giuridica e universalistica) al servizio e comunque in subordine all'ethnos (cioè la cittadinanza culturale e particolaristica).
Il volume curato da S. Berger e K.Dore si occupa di dare risposta al seguente interrogativo: la globalizzazione con le sue varie determinanti (integrazione regionale; deregolamentazione; competizione posizionale) porterà o meno verso un modello universale di produzione e distribuzione? In altro modo, le varianti capitalistiche nazionali, formate da istituzioni tanto peculiari quanto importanti per il benessere sociale, riusciranno a sopravvivere in un'economia globale? Sulla base dello studio accurato di casi di paese, gli autori mostrano che l'omologazione non è mai stata del tutto irresistibile, perché la spinta creativa delle diversità locali è sempre all'opera. Non è dunque solidamente fondata la tesi di chi ritiene che la globalizzazione, con i suoi meccanismi, finirà con il produrre la convergenza fra paesi per quanto attiene sia la loro struttura produttiva sia i rapporti istituzionali tra economia, stato e società civile. Ancora meno solida -annotano gli autori- la conclusione che si vorrebbe trarre da tale argomento e cioè che vi sarebbe un unico e naturale insieme di istituzioni e regole di mercato per il capitalismo e che se ciò non si materializzerà, in un lasso ragionevole di tempo, sarà dovuto al fatto che "il governo e/o gruppi di potere stanno utilizzando risorse generate al di fuori dei mercati per sostenere determinate istituzioni economiche e sociali" (p.9). Vero è, invece, come insiste con particolare forza Robert Boyer, che vi è una pluralità di modelli di mercato, ognuno compatibile con una particolare cultura -intesa come sistema di valori condivisi dalle persone. E la scelta del modello di mercato (o della via che conduce ad un particolare modello di mercato) resta il compito proprio e primario della politica.
3.1 Se è ormai accertato (e accettato dai più) che la risposta "nazionale" ai nuovi problemi posti dalla globalizzazione non solo non è efficace, ma è pure pericolosa -si pensi alle conseguenze catastrofiche, per i paesi più poveri o per le aree con difficoltà "di aggancio", di misure di tipo neo-mercantilistico- è del pari diffuso il convincimento secondo cui non è possibile rinunciare al compito di governare in qualche modo l'attuale transizione dal liberalismo "embedded" (nello stato nazione) al liberalismo "disembedded". Dove non c'è convergenza di vedute è, ovviamente, sulla via da seguire per correggere lo strabismo tra processi centripeti di globalizzazione e processi centrifughi di isolamento, tra integrazione e frammentazione. Come si esprime Bauman, nel suo saggio, l'età moderna ci aveva abituati all'idea che "ordine" volesse dire "tenere le cose sotto controllo". E' questa sensazione che oggi ci manca. L'idea di globalizzazione ha ormai definitivamente rimpiazzato quella di "universalizzazione", un'idea che racchiudeva in sé la speranza e il proposito di creare un ordine, appunto su scala universale, capace, almeno nelle intenzioni, di rendere simili le condizioni e le opportunità di vita di tutti gli uomini, ovunque questi si trovassero. Nulla di tutto ciò è presente nel concetto di globalizzazione. "Piuttosto che a iniziative e a intraprese globali -scrive Bauman- il nuovo termine si riferisce principalmente agli effetti globali che, sappiamo bene, non sono né voluti né anticipati". (p.68)
La linea di pensiero da anni perseguita da Held e rispetto alla quale il saggio qui in esame costituisce un'importante prima sintesi, può rappresentare un sicuro punto di partenza per chi si pone alla ricerca di un nuovo ordine. Quella di Held è la proposta di un "ordine democratico cosmopolitico", il cui obiettivo prioritario è quello di ricondurre il potere sotto un controllo democratico. La riflessione del filosofo inglese prende avvio da una duplice constatazione. Per un verso, i cittadini dell'era della globalizzazione vivono appartenenze plurime, cui corrispondono altrettante sfere di governance, ed esigono di autodeterminarsi in ciascuna di esse. Per altro verso, occorre contrastare l'opinione di chi ritiene esaurito il ruolo dello stato-nazione. E' bensì vero, infatti, che le tre colonne su cui si è sempre retto il potere dello stato -quella economica, militare, culturale- si sono alquanto indebolite, se non proprio incrinate; ma resta pur sempre vero che solo lo stato-nazione è in grado di mobilitare le ingenti risorse necessarie per giungere ad un ordine sociale. Quel che occorre fare, allora, è liberarsi non tanto dello stato nazionale, quanto piuttosto delle due tradizionali concezioni della sovranità ad esso associate , ormai divenute obsolete. Si tratta della concezione che oggi pone la sovranità in capo al popolo, ovvero alla comunità, come propone il comunitarismo, e quella che invece identifica la sovranità nello stato di diritto, visto come ente originario, una concezione assai cara all'ideologia neoliberista.
La proposta di Held è quella di costruire forme di governo in grado di conciliare l'autonomia del popolo con lo stato limitato in un ambito che però vada oltre quello del territorio statuale. (Dopo tutto, la nozione di democrazia che la cultura occidentale ha ereditato dall'antica Grecia non era legata allo Stato circoscritto da un territorio). A tal fine, Held avanza l'idea di "strutture comuni di azione politica", di spazi cioè in cui le persone, nel perseguimento di comuni interessi, danno vita a processi decisionali pubblici in cui si affrontano i problemi dei "siti di potere". (Held ne segnala sette: "lo stato sociale; la cultura; il corpo umano; le associazioni civiche; l'economia; le istituzioni giuridiche; la violenza"). E' all'interno di questi spazi che, si badi, non hanno valenza territoriale ma solo tematica, che si devono trovare e sperimentare le nuove forme di compatibilità tra autodeterminazione dei singoli e dei gruppi, da un lato, e la necessità della decisione politica, dall'altro; vale a dire, "l'autonomia legittima". Held è ben consapevole del fatto che nell'era della globalizzazione, la democrazia non può restare una pratica omogenea da applicare indistintamente in tutti i siti di potere. Quel che tuttavia deve essere assicurato per continuare a parlare di democrazia cosmopolitica è il soddisfacimento di una duplice condizione: primo, "riconoscere le strutture inaccettabili di differenza" e adoperarsi per eliminarle il più in fretta possibile; secondo, applicare ovunque e comunque, il "processo deliberativo pubblico" definito come "una autodeterminazione strutturale non individualistica".
Potrà non sembrare molto -e in effetti non lo è- ma Held non riesce a spingersi oltre la proposta di "una cornice stabile e durevole" in cui far convivere partecipazione e sottomissione al potere. Più orientata alla prassi politica, è invece il suo suggerimento di: a) creare uno status politico dei cittadini del mondo, così che essi non appartengono all'organizzazione mondiale semplicemente attraverso il loro essere membri di uno stato particolare, ma siano anche rappresentati da un parlamento mondiale da loro eletto; b) istituire una corte internazionale di giustizia, le cui sentenze siano vincolanti anche per i governi nazionali, e che operi negli ambiti della sicurezza, della difesa ambientale e della tutela dei diritti umani. c) modificare la composizione e il modus agendi del Consiglio di Sicurezza dll'ONU per trasformarlo in un esecutivo capace di agire e per consentirgli di ridurre lo iato, ormai insostenibile, tra potere e autorità.
Su una lunghezza d'onda analoga si muove il saggio di Montani, il cui obiettivo dichiarato è quello di scongiurare la via della frammentazione planetaria, una via che in realtà nasconde il disegno di una trasformazione delle relazioni internazionali guidata dalla forza dei sistemi autoregolati, con l'abdicazione della politica e la conseguente perdita di spazi di azione collettiva. Quel che ci occorre è un nuovo progetto politico ed economico, perché il processo di integrazione dell'economia globale non può avanzare in un mondo di stati sovrani sempre più in lotta fra loro per la supremazia economica. E' dunque urgente organizzare i rapporti internazionali sulla base di entità statali sovranazionali, cioè federazioni di stati, se si vogliono evitare i rischi di autoritarismo insiti nel nuovo ordine mondiale della globalizzazione che -non lo si dimentichi- ha bisogno di stati nazionali deboli per conservarsi irrobustendosi.
Le conseguenze di una concezione del genere sono di grande momento -annota Montani- anche per la stessa teoria economica. Invero, la celebre teoria dei rapporti economici internazionali si è sviluppata, a partire da Ricardo, e continua a procedere oggi sulla base dell'assunto -quasi sempre tacito- che gli stati nazionali rappresentino una sorta di dato di natura permanente della realtà politica. E' così potuto accadere che la scienza economica, allo scopo di fornire risposte ai fenomeni della crescente integrazione dell'economia internazionale, abbia bensì elaborato una teoria dell'integrazione economica -capace di dare conto del volume crescente degli scambi e delle varie forme di coordinamento e cooperazione tra paesi- ma non anche una teoria dell'unificazione economica. "Come accade ai vecchi astronomi tolemaici -osserva Montani- si preferisce estendere e complicare la teoria tradizionale pur di non rimuovere alcuni assunti fondamentali" (p.3). Di qui il paradosso: quanto più la globalizzazione riduce i margini di intervento degli stati nazionali, tanto più la teoria economica si ostina a considerare immodificabile il principio della sovranità economica degli stessi. Il che spiega, almeno in parte, la sostanziale incapacità della teoria economica -in quanto teoria, si badi, e non in quanto analisi economica- a "spiegare", e non già a raccontare, il fatto della globalizzazione. Salvo rare eccezioni, tra cui Montani annovera quella di L. Robbins e J.M. Keynes, le scuole di pensiero sia classica sia neoclassica non conoscono la nozione di ordine sovranazionale: per questo, l'unico problema rilevante, ai fini dello studio dei rapporti tra nazioni, è quello della circolazione di beni e servizi.
Cosa resta dello stato nazionale nell'era della globalizzazione -si chiede Susan Strange nel saggio che costituisce il punto di arrivo della pluridecennale frequentazione della politologa inglese con i temi delle relazioni internazionali, disciplina di cui è stata autorevole esponente? I confini territoriali degli stati non coincidono più con l'estensione e i limiti dell'autorità politica sull'economia e sulla società. A causa sia delle nuove strutture della conoscenza e dei mezzi che la veicolano sia dell'ingresso nella produzione delle tecnologie infotelematiche, gli stati territoriali vanno perdendo il controllo vantato in passato entro i loro confini. Di qui l'amara constatazione: tutti i tentativi di coloro che, per affrontare questioni quali quelle del commercio internazionale, dei tassi di cambio, degli investimenti esteri, si affidano ai negoziati intergovernativi o ai loro derivati, sono destinati all'insuccesso. Non poche autorità non statali svolgono oggi un ruolo decisivo nel determinare il "chi -ottiene- cosa". Il non aver voluto fare tesoro di questo dato di fatto è, basicamente, la ragione per la quale -secondo Susan Strange- lo studio delle relazioni internazionali, come ambito disciplinare, è oggi in crisi, uno studio che ancora pone la centralità dello stato quale sua unità analitica e la società internazionale degli stati quale sua problematica principale. Eppure: "mentre in passato gli stati erano padroni dei mercati, oggi su molti problemi cruciali sono i mercati a dominare i governi. Il declino dell'autorità degli stati si riflette in una crescente dispersione di autorità sia verso altre istituzioni e associazioni, sia verso enti locali e regionali e in una asimmetria sempre maggiore fra gli stati più grandi, dotati di potere strutturale, e i più piccoli, che ne sono privi". (p.23).
Su un altro fronte di studio -quello del diritto- Maria Rosaria Ferrarese sviluppa un argomento per certi versi analogo a quello sopra considerato. La tesi centrale del libro è che tra le numerose ricadute della globalizzazione occorre considerare anche quelle sulla sfera istituzionale e in special modo sul diritto "inteso come struttura che governa il mondo e gli garantisce ordine e prevedibilità". (p.8) La minaccia più seria proviene, oggi, dall'espansione continua di una nuova lex mercatoria, che non è più il distillato di tradizione e valori, ma della mera esigenza di assecondare il bisogno dei mercati di espandersi in continuazione. Con il che sono le esigenze della nuova competizione a condizionare gli itinerari di formazione della norma giuridica anche perché la disobbedienza alla lex mercatoria, non è colpita da alcuna sanzione. Sulla scorta di un approccio di law and economics, l'A.mostra, con dovizia di particolari, come l'emergenza di un mercato globale vada esercitando una diversa valenza riformatrice nei paesi a cultura giuridica di civil law rispetto a quelli di common law. La sostanziale americanizzazione delle istituzioni giuridiche che è in atto da qualche anno nei paesi dell'Europa continentale, sta mutando non solamente i percorsi della giuridicità, ma anche l'identità degli attori che accedono alla creazione delle norme. Gli stati-nazione stanno perdendo l'esclusività di legislatori: sulla scena mondiale sempre più forte è la presenza di nuovi attori istituzionali e privati transnazionali -si pensi alle law firms e alle ONG- la cui capacità di ricontrattazione delle regole è in costante aumento. In definitiva, stiamo assistendo al passaggio dal diritto internazionale, inteso come "ordine giuridico della necessità", al diritto globale, visualizzato come "diritto della possibilità", che si propone come cornice delle regole di governo della società globale, regole che verranno poi dettate e rese esecutive dai legislatori locali.
3.2 Un secondo modo di risposta alle sfide della globalizzazione è quello che si rifà alle categorie del pensiero comunitarista. Tra i volumi considerati in questa rassegna, i contributi di Amoroso e di Mander e Goldsmith sono quelli che, con più decisione, propongono di ricorrere al concetto di comunità per contrastare le due spinte disgregatrici della globalizzaione: la marginalizzazione economica di strati crescenti di popolazione e la destabilizzazione politica. Per Amoroso, il modello di sviluppo del capitalismo nell'epoca globale è quello dell'apartheid: 1/5 contro 4/5 dell'umanità. In questo senso, non è corretto parlare di crisi ciclica del capitalismo -come, a detta di Amoroso, suggeriscono alcuni studiosi marxisti. Ci troveremmo, invece, di fronte ad una sua metamorfosi che rende possibile un incredibile aumento di profitti e di potere pur in presenza di devastazione ambientale e di accrescimento delle diseguaglianze.
Ovviamente, una situazione di apartheid non può non generare reazioni. Scartata quella di chi rinuncia a qualunque visione critica del mondo nella speranza di venire, prima o poi, cooptati, Amoroso propende per una reazione in forma organizzata che non sia mera resistenza, ma la proposizione di un modello alternativo di sviluppo policentrico, basato sull'idea di "anelli di solidarietà". Il referente empirico per tale costruzione è la "mesoregione" -Ci-na, India, Sud-Est asiatico, Mediterraneo, ecc.- un livello più adeguato di quello dello stato nazionale. L'anello di solidarietà può essere messo all'opera se si riesce a dimostrare che i conflitti tra gruppi sociali o tra paesi "non nascono da ragioni obiettive ma dal modo in cui viene attuato il processo di modernizzazione voluto dalla borghesia globale". Richiamandosi a precedenti lavori di G. Myrdal e di F. Caffè, Amoroso mostra come il sistema di welfare o si trasforma in un reticolo di solidarietà a livello mondiale oppure potrà sopravvivere solo quale misura complementare di sostegno al sistema di apartheid imposto dalla globalizzazione.
Una prima proposta è quella della strategia del "co-sviluppo". In breve, si tratta di questo. Mentre la nozione di cooperazione allo sviluppo, ancor oggi al centro del dibattito specialistico in argomento, postula forme di dipendenza permanente da parte delle aree "bisognose" nei confronti dei paesi disponibili a cooperare -forme che possono arrivare a cristallizzarsi in rapporti di subordinazione del tipo schiavo-padrone- , il cosviluppo significa invece riconoscimento delle diversità dei punti di partenza e trasparenza del rapporto che, nel corso del tempo, tende a condurre ad un equilibrio delle posizioni. In sostanza, cosviluppo "è ricerca delle sinergie necessarie a realizzare uno scambio equo, togliendo ai mercanti la possibilità di fissare le regole del gioco" (p.153).
Chiaramente, una proposta del genere acquista senso e credibilità politica solo se i cittadini si dimostrano capaci di cooperare attivamente per rafforzare le reti della vita associativa -i LETS anglosassoni, i SELS francesi, il terzo settore di cui parla estesamente Latouche nel volume di Mander e Goldsmith -, tenendo conto del fatto che la buona società si affida molto più alla "voce morale" che non alla forza coercitiva dello Stato. La "moral voice" per Etzioni -uno dei riferimenti obbligati della prospettiva comunitarista- è una peculiare forma di motivazione: essa incoraggia i soggetti ad aderire ai valori che essi sottoscrivono. Tale voce morale sarebbe espressione, a sua volta, della comunità cui il soggetto appartiene. Sarebbe allora "la voce morale colpevolizzante" (convicting moral voice) ad assicurare l'ordine sociale senza dover fare ricorso alla coercizione dello Stato o all'anarchia del mercato. (Si veda il volume curato da A. Etzioni, New communitarian thinking, London, University of Virginia Press, 1995). Va da sé che l'accoglimento della nozione di comunità morale, presa come concetto primitivo e antecedente quello di persona, è esso stesso problematico. Forse, la prospettiva di discorso comunitaria potrebbe rivelarsi non una buona guida all'azione: potrebbe generare più problemi di quanti riesca a risolverne.
3.3 Infine, c'è la via della società civile transnazionale, una via che va costruita con pazienza e determinazione ma che appare, almeno nel giudizio di chi scrive, come una via previa e promettente. L'osservazione pertinente di Beck è che una nuova forma di pigrizia intellettuale si sta impossessando delle nostre menti, una pigrizia che non ci consente di immaginare alcuna alternativa all'architettura nazional-statale del politico e della democrazia, tipica della prima modernità. In questa architettura, società e stato vengono pensati e organizzati come sovrapponibili, così che "lo stato territoriale diviene il container della società". In linea con l'impostazione hegeliana, è allora la pretesa statale di esercitare il potere e il controllo a dare esistenza alla società. Ma nella seconda modernità, sotto la spinta della globalizzazione, tutto ciò si infrange. L'alternativa avanzata dal sociologo tedesco è lo "stato transnazionale", caratterizzato dai seguenti tre elementi basici: a) la concezione dello stato viene sottratta alla trappola territoriale, in favore di un concetto di stato che riconosce la globalità come qualcosa di irreversibile e che vede nel transnazionale una chiave per rivitalizzare la politica; b) lo stato transnazionale non è uno stato internazionale, che rinvia pur sempre ad un qualche territorio; c) gli stati transnazionali sono stati "glocali", che si concepiscono come province della società mondiale e che tra loro cooperano.
A sua volta, la società mondiale -precisa Beck- non è una megasocietà nazionale che contiene e annulla in sé tutte le società nazionali, ma un orizzonte contraddistinto dalla multidimensionalità e dalla non integrazione. E conclude: "Nella seconda modernità si impongono paradossalmente formazioni del politico che hanno tratti medievali. Gli stati transnazionali devono dividersi la lealtà dei loro cittadini, da un lato, con altre autorità regionali ed espresse dalla società mondiale, dall'altro con autorità substatali, subnazionali. Questa 'nuova medievalità' significa che le identità e i legami sociali e politici devono essere sovrapponibili, pensando a punti di riferimento e a progetti d'azione globali, regionali, nazionali e locali" (p.137). Si tratta dunque di dar vita ad "uno stato sovranazionale a sovranità inclusiva" (lo Stato nazionale è, invece, a sovranità esclusiva) sul modello europeo, vero e proprio esperimento di laboratorio di una sovranità inclusiva.
Per rendere perseguibile un progetto del genere, occorre predisporre alcuni strumenti specifici di intervento. Beck ne illustra dieci che corrispondono ad altrettanti errori del globalismo, come da lui definito (v. sopra). Tra questi dieci, merita speciale menzione per la sua novità "l'alleanza per il lavoro di impegno civile". Si tratta di questo. L'aumento incessante e incalzante della produttività, dovuto soprattutto alle nuove tecnologie e alle innovazioni organizzative, è tale che nelle nostre società avanzate abbiamo bisogno di sempre meno lavoro per produrre sempre più beni e servizi. Ne deriva che sarà sempre meno possibile realizzare l'integrazione sociale degli uomini tramite il solo lavoro salariato, anche se questa continuerà rappresentare una forma significativa. Di qui la proposta: "il lavoro finora volontario... e attività di questo tipo dovrebbero essere rese visibili economicamente, cioè pagate (per esempio, sotto forma di sovvenzioni statali, di imposte corrispondenti alle somme finora destinate agli aiuti sociali)... Il lavoro di impegno civile non dovrebbe ridursi ad un bacino di raccolta per i disoccupati: dovrebbe essere attraente per tutti" (p.169). Chi scrive non pensa che la proposta, così come articolata (postulando finanziamenti pubblici) possa essere nella realtà implementata. Anzi ritiene che essa si risolverebbe in una patente contraddizione pragmatica. Cionondimeno, la premessa da cui quella proposta muove è corretta e lo spirito che la anima è condivisibile: si tratta degli stessi elementi costitutivi che stanno alla base del progetto di economia civile. (Per un'illustrazione, rinvio al mio, "Sui rapporti tra società civile, società di mercato e società politica", mimeo, 2000).
Pure nel volume curato da Papini, Pavan, Zamagni che raccoglie i contributi presentati al Convegno internazionale di Roma del 1996 organizzato dall'Istituto J. Maritain, viene caldeggiata la via della società civile transnazionale. Il punto di avvio del discorso è che la globalizzaione non unifica intorno ad una "legge". Al contrario, ha in sé, come si è visto nei paragrafi precedenti, profonde ambivalenze; cela numerose ambiguità. Occorre allora favorire la nascita di un nuovo ordine sociale fondato sulla pluralità dei poteri, cioè su una autentica poliarchia, la quale, a differenza del pluralismo, non è solo numerosità ma anche diversità. Quali gli elementi costitutivi di tale via? Se ne possono indicare quattro. In primo luogo, va ribadito che il calcolo economico è, di per sé, compatibile con le diversità dei comportamenti individuali e degli assetti istituzionali. Quanto a dire che è priva di solido fondamento la concezione deterministica, tipico prodotto della "ragion unica", secondo cui vi sarebbe un solo modo di stare sul mercato globale. E' vero che la globalizzaizone spinge inesorabilmente verso un appiattimento delle varietà istituzionali esistenti nei diversi paesi. E se ne capiscono le ragioni: le regole del libero scambio mal sopportano l'eterogeneità culturale e trovano nella difformità degli stili di vita, dei sistemi di welfare, dei modelli educativi e così via, un forte ostacolo alla loro diffusione. Ma occorre contrastare tale tendenza, perché le diversità non sono un segno di estraneità e di inferiorità rispetto ai modelli di vita dominanti. Al contrario, sono una ricchezza. Molte nazioni, nei momenti migliori della loro storia, si sono alimentate alle diversità esistenti al loro interno e ne hanno ricavato frutti di civiltà, di successo, di potenza. Ciò vale a fortiori alla scala mondiale. Occorre allora operare perché il filtro selettivo imposto dalla competizione posizionale non annienti le varietà meno forti. Si badi, che salvaguardare le diversità è oggi il modo più concreto ed efficiente di combattere quel tragico aumento delle diseguaglianze tra paesi e tra gruppi sociali di cui già si è detto. Infatti, è ormai accertato che i vari tentativi di eliminazione diretta delle diseguaglianze, oltre che scarsamente efficaci, non farebbero che aumentare dipendenza e frustrazione.
In secondo luogo, si tratta di dare applicazione, in sede transnazionale al principio di sussidiarietà orizzontale, consentendo alle organizzazioni delle società civile di andare oltre i meri compiti di advocacy e di denuncia, per assumere ruoli ben definiti di policy-making. Ciò postula la disponibilità da parte degli stati nazionali di trasferire "pezzi" di sovranità interna a soggetti privati, come ad esempio le ONG, meglio equipaggiati ad operare in certi ambiti. Invero, la cosa che più colpisce quando si analizzano i risultati prodotti da tali soggetti operanti sulla scena internazionale è il fatto che, non essendo in gioco la tutela degli interessi di questo o quello stato nazionale, la capacità di portare a termine progetti in grado di rappresentare istanze universali è assai superiore a quella della varie burocrazie intergovernative. Inoltre, la cooperazione tra attori pubblici e attori privati nella implementazione di un modello di regolazione mista, non solo riduce le asimmetrie informative tra regolatori e regolati, ma è pure in grado di generare i cosiddetti incentivi privati selettivi. (E' un po' quel che avviene, a livello nazionale, con i modelli di welfare mix). Chiaramente, l'accoglimento del principio di sussidiarietà esige l'adozione di un nuovo contesto legale, dal momento che il diritto internazionale non contempla, come si sa, attori non statali.
In terzo luogo, occorre affermare la necessità di politiche della redistribuzione a scala globale per aggredire lo scandaloso problema della povertà (in senso assoluto). Infatti, non ci si può limitare ad una politica globale della regolazione, la quale se è adeguata per trattare di beni pubblici o di provvedimenti che presentano la proprietà di essere Pareto-superiori, non lo è altrettanto quando si tratta di affrontare questioni quali quelle degli standard lavorativi oppure dei requisiti uniformi di capitale delle banche ordinarie. (Accordo di Basilea del 1988). Come si comprende, in questioni del genere è sempre in gioco un problema di natura redistributiva, che non può certo essere trattato all'interno di una teoria della regolazione, per quanto raffinata essa possa essere. Per non dire poi dell'armonizzazione tra regolazione ambientale e regolazione commerciale: tutti ne avvertono l'urgenza, perché è ampiamente noto che i paesi poveri tendono a specializzarsi nella produzione (ed esportazione) di beni ad alta intensità di degrado ambientale. Ma è chiaro che fino a quando non si arriverà ad un consenso circa i punti qualificanti di una politica redistributiva su scala globale non si riuscirà mai a comprendere come il problema della sostenibilità dello sviluppo sia in realtà il duale di quello della povertà. (Si rifletta alle ragioni dell'insuccesso di una proposta, di per sé dotata di buon senso, quale quella della Tobin tax).
Infine, un quarto elemento caratterizzante la proposta della società civile transnazionale ha a che vedere con il rapporto tra la politica e le altre sfere dell'azione umana. Come è noto, N. Luhman, tra i tanti , ha sostenuto che con la globalizzazione la politica è diventata nulla più che l'equivalente post-mortem della danza per la pioggia degli indiani Hopi. Ma -ci si chiede- possiamo rinunciare alla politica come luogo in cui vengono definite le priorità che orientano l'economia e nel quale sono precisate le conseguenze dell'assunzione della dignità umana come misura e criterio della libertà? Si può pensare alla società civile transnazionale come ad un ordine spontaneo di tipo hayekiano separato dalla politica? In buona sostanza, possiamo ritenere che l'insieme o l'aggregazione dei beni particolari generati dai vari gruppi presenti nella società civile coincida con il bene comune, inteso come il bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo? La risposta che il volume in questione dà a questi interrogativi è negativa, il che significa riconoscere alla politica un suo spazio autonomo di intervento, uno spazio nel quale si cerchino le condizioni per dare una direzione di marcia e un valore al processo di globalizzazione.
Nessuno si nasconde le difficoltà e le insidie insite nella attuazione pratica della via che abbiamo chiamato della società civile transnazionale. Immaginare che le novità di questa epoca di sviluppo non rechino tassi, anche elevati, di conflittualità, sarebbe ingenuo. La diversità degli interessi in gioco è enorme. Ma si tratta di un compito oggi irrinunciabile se si vuole superare, per un verso, l'afflizione rappresentata dalla retorica della catastrofe a tutti i costi -una retorica che finisce talvolta con l'assumere sfumature nichilistiche- e per l'altro verso, l'ottimismo disincantato di chi vede nella globalizzazione una sorta di marcia trionfale dell'umanità verso la sua completa realizzazione.
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